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Nulloteche. Discorso intorno alla biblioteca di Pescara


altomare 1024x193 Nulloteche. Discorso intorno alla biblioteca di PescaraAndare alla biblioteca Gabriele d’Annunzio di Pescara è un’esperienza che si tende a dimenticare. Non si spiega altrimenti il fatto che continui ad andarci. Certo può essere che nel centro cittadino non ci siano alternative oltre la biblioteca provinciale che pure, da quasi due anni a questa parte, non dovrebbe chiamarsi nemmeno così visto che l’interdizione al prestito e alla consultazione segrega il fondo librario nel seminterrato; e allora potremmo dire nulloteca o interroteca o comunque teca senza biblo, un luogo quindi con funzione liturgica, funeraria, in cui nei piani alti, tutt’altro che adeguati al ruolo di mausoleo, bibliotecari e studenti vegliano quotidianamente un morto sotterraneo. Il terminale del catalogo elettronico e gli schedari cartacei svolgono funzione di conforto, di medium esoterico, permettendo agli studenti di monitorare il singolo volume nell’aldilà e mantenerne viva la memoria. La biblioteca provinciale di Pescara è luogo di sepoltura e di culto, riunisce le usanze della cristianità prenapoleonica coi morti sotto il pavimento e l’oracolo pagano. I vaticini si può chiederli al funzionario di passaggio che, ispirato dalle alte sfere, in pochi istanti fornirà una risposta in versi sciolti, desolante o estremamente ottimista a seconda dell’umore: il fondo riaprirà non si sa quando oppure tra due giorni.

Nella risposta potrà essere inclusa o meno una rapida informativa sugli eventi, per cui saprete che il 27 dicembre del 2011 avvenne la chiusura del fondo librario per motivi attinenti alla messa in sicurezza degli ambienti e che da allora la dilatazione dei tempi di riapertura segue il tentativo della Provincia di racimolare la somma necessaria che come il bianconiglio è sempre a un passo dall’essere acciuffata. Frattanto i libri permangono favolosamente “sotto il livello del mare”(come ha detto il bibliotecario sibillino che conosceremo tra poco) nelle stesse stanze che pare aspettino rettifica dal 1988.

Ma la notizia non è questa, la notizia è che un libro s’è prestato, ne è venuto fuori in forma corporea a meno di 48 ore da che scrivo questa pagina. Il libro è attualmente al sicuro sulla mia scrivania e mi prega di restare anonimo. Posso dire però che si tratta di uno spesso Adelphi con sovraccoperta giallina, edizione recente, e che mi è stato elargito al termine della mattinata di ottobre che vado a raccontare.

La biblioteca, per chi non lo sapesse, occupa l’ala nord del Palazzo della Provincia. Si superano i fumatori all’ingresso, si salgono due rampe di scale fino al varco della porta scanner (che, sia detto per i ladri, non funziona) e ci si trova nelle sale, complessivamente della superficie di un modesto appartamento.

Quel giorno, come le altre volte, entro col mio libro sottobraccio. I locali fortunatamente sgombri mi consentono di scegliere il posto e così faccio una rapida ricognizione. Gli ambienti, ad eccezione della zona ricreazione con macchinette e gabinetti e del bancone inutile dei prestiti, sono quattro, che per comodità chiameremo sale anche se si tratta in realtà di tre stanzette e una sala: come dire cucina, bagno, camera da letto e soggiorno.

La prima si può dire multimediale per la presenza dei computer fissi e delle prese della corrente che gli indipendenti con portatile, per espiare la loro indipendenza, devono raggiungere in posizione rannicchiata strisciando sotto una tavola pensile. Nei giorni di ressa, che sono la maggior parte, la sala multimediale è teatro di rancori e mugugni; vi si consumano infatti lotte meschine per la conquista delle postazioni pc e delle conseguenti sedioline rotanti, particolarmente ambite dagli studenti in esubero che vengono qui in cerca di posto.

biblioteca provinciale Pescara1 Nulloteche. Discorso intorno alla biblioteca di PescaraOltre, c’è la sala “antiquaria”, cosiddetta per la presenza di un antico tavolo in legno corredato di seggioloni coevi, sui quali il lettore dovrà guardarsi dal carattere riottoso delle imbottiture che ne vorrebbero ad ogni costo l’inghiottimento o l’espulsione (a queste sedie in pelle di tamburo equiparabili a muffins con le gambe o soufflés andrebbe dedicata maggiore attenzione ma purtroppo non ce n’è il tempo). Prima di entrare nella sala successiva si guarda il d’Annunzio appeso alla parete sperando in una benedizione, ma questo Vate è alquanto introspettivo, non incoraggia, stranamente si fa i fatti suoi, sconsiglia, dissuade (anche sui quadri da biblioteca, sui numi tutelari offerti allo studente che alza gli occhi dal libro in una pausa pensosa, quando cerca l’ispirazione, ci sarebbe poi da aprire un’altra parentesi e pescare dalla memoria il dipinto di un celebre medico filantropo che nella stanzetta della comunale di Forlì – biblioteca di gran lunga migliore di questa pescarese – ci guardava, a me e ai miei compagni, in un rictus di ebetudine col dito blando che voleva insegnare l’erudizione e suggeriva invece quadrucci in brodo e clistere; ma sarebbe una parentesi troppo lunga e siamo già nella sala successiva).

La sala successiva è la principale; circondata dagli scaffali di pronta consultazione e con finestre aperte sul moderno traffico cittadino. Un traffico eccellente, robusto, indice di vitalità operosa. Non è fastidioso, anzi tranquillizza, distende, è la cuffietta Ipod in dotazione agli sprovveduti, democratica, stereofonica. Il suo segreto, come per il letto del fachiro, sta nella concentrazione e ripetitività dei suoni, e soltanto una sirena o un clacson più acuminati potranno interrompere l’assuefazione e arrecarvi disturbo. Svilupperete pertanto un odio salutare per i motorini truccati,  i malati e i nevrotici.

L’emeroteca, l’ultima sala, è un tavolino a tredici sedie, da cui viene un crepitio di quotidiani così molesto che non mi affaccio nemmeno e preferisco immaginare una gara di lettura veloce o di basket con le cartacce. Decido quindi di restare dove sono e mi siedo nella sala del traffico perenne.

Davanti a me c’è una coppia adolescente che legge in società un libro di scuola, si dice le cosette, si fa le carezzine. Il ragazzo ostenta ritardi mentali che la ragazza accoglie con piacere ripetendo la lezione. Poi arriva un amico simpatico tanto atteso, e poi un altro ancora che si unisce alla lettura di gruppo. La mattinata continua così in un’atmosfera disinvolta, da pizzeria o da quattro amici al bar che però non volevano cambiare il mondo ma solo stare al bar anche se quello non era un bar ma una biblioteca anzi una teca, finché vedo arrivare, a passi lenti, il fatidico bibliotecario.

Sappiate che alla provinciale tutti i bibliotecari indossano occhiali scuri di foggia affusolata, da corridore o da corridoio, ma che soltanto di uno dovete fidarvi e cioè di colui che, a differenza degli altri che li hanno sulla fronte, li porta calati sugli occhi, quello è il segno distintivo. Costui infatti è l’orbo veggente, custode soccorrevole e camminatore instancabile. Lui sa.

Lui sa, e infatti mi dice. Mi dice che esiste una stanza scampata ai sigilli dove pochi libri sopravvivono intonsi nell’attesa di essere letti. In quella stanza segreta, dove vengo attirato con sussurri cospirativi, il bibliotecario veggente porta a termine la sua missione in barba ai sorveglianti dagli occhiali in fronte. Dalle sue mani ricevo il volume giallino che mi era destinato con l’incarico di prenderlo in prestito e leggerne almeno l’introduzione. Poi le sue ultime parole: vai e non dimenticare.

L’addetto al bancone (occhiali in fronte) vede il libro e capisce il tradimento. Continua a sfogliare il giornale, saetta occhiate deterrenti, spagina minaccioso, tenta di occultarsi nell’inserto sportivo ma ormai non può nulla, l’influsso del veggente mi rende inflessibile.

Firmo con impertinenza le carte di rilascio. L’Adelphi viene aperto e controllato, nicchia di novità sotto le mani dell’addetto che a marchio d’infamia vi appiccica il talloncino del prestito col Vinavil. E’ fatta. Con un brivido d’illecito, come un amante fedifrago in fuga sul cornicione, esco finalmente dall’edificio e mi perdo nelle vie.

Come omaggio finale potete immaginare, mentre mi sto perdendo nelle vie, il bibliotecario veggente che fa capolino dietro un vetro dell’edificio, uno a piacere.

 Pier Franco Brandimarte

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