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Alla riscoperta del Natale: la “Cantata dei Pastori” di Stefano Angelucci Marino


Ci voleva Stefano Angelucci Marino, talentuoso erede della tradizione più popolare e quindi più viva e meno imbalsamata della Commedia dell’arte, un guitto multiforme che si muove sul palco con abilità e talvolta un eccesso di gigioneria e che ha realizzato il sogno di tutti i teatranti: avere un teatro tutto suo, il Teatro Studio di Lanciano, dove sperimentare quello che più gli aggrada, dove accogliere il suo pubblico.

Ci voleva, dicevamo, Stefano Angelucci Marino a portare in Abruzzo, a far vivere in Abruzzo, ad abruzzesizzare uno dei testi cardini del teatro sacro-popolare del periodo natalizio, quella “Cantata dei Pastori”, ossia il “Vero Lume tra l’Ombre” che Andrea Perruci, nobile gesuita di origine siciliana ma napoletano per scelta e studi, scrisse sul finire del 1600 e che ha avuto innumerevoli rimaneggiamenti e aggiunte nel corso di questi tre secoli di vita. La Cantata dei Pastori infatti si porta ancora oggi sulle scene con successo in molti teatri dell’Italia meridionale, ma in Abruzzo non lo si vedeva da un pezzo.

15540745 10208329239324711 2641379037329398614 o Alla riscoperta del Natale: la “Cantata dei Pastori” di Stefano Angelucci MarinoPer quale motivo?, si chiederà il curioso lettore, ed io ho da offrire una sola risposta: perché l’Abruzzo si è per troppo tempo dimenticato d’essere Meridione, d’essere napoletano e duosiciliano. Abbagliato come la palomma ‘e notte della canzone di Salvatore Di Giacomo dallo sfarfallio seducente ed effimero di un Settentrione operoso e fortunato, favorito dall’essere la più nordica delle province meridionali, si è disfatto dei lacciuoli inverecondi che ancora lo tenevano legato al Regno delle Due Sicilie dopo che questo era diventato parte del Regno d’Italia, e si è lanciato verso un Nord immaginario, più freddo e inafferrabile di qualunque polo cardinale. La sua bussola si è rotta, impazzita tra i marosi della sua confusione, e l’Abruzzo si è trovato a non essere più nulla: non seducente Settentrione, perché sta troppo a Sud, non magico Meridione, perché sta troppo a Nord, e nemmeno placido Centro, perché le montagne lo hanno tenuto nei secoli discosto dal Regno del Papa, visto di lontano dalla sommità del Gran Sasso.

Oh, infelice Abruzzo! Non tutto è perduto: ricordati della tua lingua, ricordati del tuo mangiare, ricordati dei tuoi vestiti, dei tuoi usi, della tua commovente ingenuità di regnicolo. Ricordati, anche, della Cantata dei Pastori: Angelucci Marino fa parlare in dialetto lancianese l’affamatissimo Ranzullo, erede di quella fame inestinguibile che è di Arlecchino e di Pulcinella, e che gli fa compiere ogni oscena e scellerata azione sulla via che Giuseppe e Maria, affannosamente, cercano per portare alla luce lo vero lume, il Signore Gesù, che non si vede se non alla fine, come in tutte le favole. Fa parlare abruzzese anche Sarchiapone, il suo compare pazzo e assassino, scartellato e quindi fortunato, contornato da tutti i personaggi del Presepio, questo umile omaggio del fraticello di Assisi che arrivato a Napoli si è fatto arte raffinata: il pastore dormiente che non può mai mancare, Benino o Benito, gli altri pastori, i pescatori, le donne alla fontana, le zencarelle e poi, quello che nel Presepio non c’è perché il Presepio tutto, quello antico, verticale e vorticoso, fattispecie dell’Inferno, suggerisce e non dice, ci sono ‘e riavule, i diavoli, il 77 della Smorfia, questi diavoletti dispettosi e potenti che si mettono sulla via dei due santini, Maria e Giuseppe, e vogliono impedirgli di trovare un ricetto per mettere al mondo il Salvatore, n’atru povere Criste.

15577901 10208338667280404 8758885809295952477 o Alla riscoperta del Natale: la “Cantata dei Pastori” di Stefano Angelucci MarinoCon quattro attori in scena Angelucci Marino mette in piedi una sarabanda di voci, di personaggi, di scenette, riducendo di molto uno spettacolo che col tempo è arrivato a superare le tre, le quattro ore di messa in scena, con un pubblico sempre rumoroso, impaurito e divertito, che bisognava sbigottire con fuochi d’artificio e trovate sceniche stupefacenti. Angelucci Marino rivisita questo spettacolo-monstre, non solo l’abruzzesizza, ma ne fa la parodia: esilarante la scena della caduta del diavolo Belfagorre, che nell’originale faceva compiere all’attore un’evoluzione che si concludeva con una caduta a gambe all’aria colla quale il guitto poteva assicurarsi fama grande battendo il record di gambe sollevate sino allora imbattuto: dieci, quindici, anche venti minuti, immobile, e che in questa Cantata post-moderna diventa un gioco di parodia più divertente del vero, più adatto agli odierni spettatori. Angelucci Marino ricorre anche ad artifici semplici e illustri del teatro popolare, muovendo un ampio telo di seta leggera sul palco simulando il mare procelloso nel quale Ranzullo e i suoi compari cadono, riempiendosi lo stomaco di molti ranocchi e nemmeno un pesce, lasciando l’affamatissimo Ranzullo in una fame ancora più nera.

Con questa sua Cantata dei Pastori Angelucci Marino contribuisce a quel necessario recupero delle tradizioni meridionali che sono anche le tradizioni d’Abruzzo, e regala al pubblico abruzzese uno spettacolo antico, pieno di significati altissimi che affondando le radici in un patrimonio tanto insondabile che si perde nella notte dei tempi (vale la pena leggere, sull’argomento, il saggio ricco e dotto che Roberto De Simone ha dedicato nel 2000 allo spettacolo, pubblicato da Einaudi) attraverso una mise en scène efficace e coinvolgente che ci regala un Natale più autentico e più nostro.

Marzio Maria Cimini

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