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Sulle orme di Valentino inseguendo il tango


altomare Sulle orme di Valentino inseguendo il tangoPESCARA – Rodolfo Valentino nasce insieme al cinematografo. E’ da questa suggestione, che fa del “latin lover” del cinema muto un mitogema del divismo, un tutt’uno con la settima arte, che Umberto Fabi inizia la sua narrazione. E poi è un’ora di fascinazione, in cui per lampi e intuizioni, attraverso scarni elementi biografici, con solenne maestria la “voce narrante”, unica presenza scenica insieme alla raffinata fisarmonica di Renzo Ruggieri, riesce a  tracciare i contorni di questa nebulosa figura.

Ma un altro mito contribuisce ad allestire Valentino: quello del Tango argentino, di cui l’attore di origine tarantina, fintamente aristocratico e fintamente francese, era talentuoso ballerino. Anche in affitto, nel caso, disponibile a far volteggiare in pose e scene sulla pista facoltose signore, in un’America d’inizio secolo anch’essa immersa nella mitologia della contemporaneità.

E dunque parole e musica, voce e suoni, e immagini solo evocate ma potenti nello spettacolo “di piazza” che Scenari Armonici, da Parma, sotto la guida inesorabile di Marco Formato, sta portando in lungo e in largo per la penisola, dopo il fortunato esordio agostano a San Vito Chietino.

rudolph valentino Sulle orme di Valentino inseguendo il tango“Valentino è tango”, certo, e l’eleganza delle scelte musicali di Ruggieri da’ sostanza al titolo di quest’ultimo spettacolo, ma il Valentino di Fabi è anche e soprattutto un uomo che subisce il successo, in balìa della ricchezza e della notorietà, di donne che non sa gestire, di un’immagine (già icona) che non possiede completamente. Un debole, quindi, come i tanti della letteratura europea di quell’epoca, un essere androgino che, primo fra tutti, deve fare i conti con un’ipertrofia del dettaglio, col gigantismo mostruoso di un volto proiettato sullo spropositato schermo bianco, nel buio della sala, e che nell’impatto con la folla (la più scema e la più ingenua, poi: quella americana) esce perdente, morto poco più che trentenne, per una insignificante peritonite, con codazzo di sciacquette suicide.

Valentino è tango, apollinea danza dove tutto è forma, dove la sensualità è figurata e falsa, dove si cristallizzano i ritmi, e nel tango c’è sempre un po’ di Valentino: c’è l’invenzione, dunque, dell’Argentina, che non può definirsi, come amava dire Borges, c’è la cartapesta di Hollywood, c’è la transitorietà della purezza e la caducità della gioventù. Danza vanitosa e fredda, il tango, come vanitoso e freddo fu il magnetico Rodolfo. Che forse non è mai esistito, e rinasce però ogni volta che sullo schermo di un cinema, nel buio, un faccione di divo fa sciogliere il cuore d’una squinzietta.

Marzio Maria Cimini

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