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ESCLUSIVA – Intervista all’ex rettore dell’Università dell’Aquila Ferdinando Di Orio: “Contro di me accuse surreali”


Di Orio ESCLUSIVA – Intervista all’ex rettore dell’Università dell’Aquila Ferdinando Di Orio: “Contro di me accuse surreali”Dopo un lungo periodo di silenzio, Di Orio ha scelto NewsAbruzzo.it per dare la sua versione dei fatti circa le vicende giudiziarie che lo vedono alla sbarra. Importanti rivelazioni sul suo rapporto con Tiberti.

Fino a quando Ferdinando Di Orio è stato Rettore dell’Università dell’Aquila ha preferito tacere, nonostante le accuse sempre più numerose e sempre più pesanti. Non voleva che il suo incarico istituzionale fosse macchiato da parole che ritiene indirizzate esclusivamente alla sua persona. Ha deciso di parlare per la prima volta con NewsAbruzzo.it perché anche l’opinione pubblica fosse a conoscenza della sua versione dei fatti, informata sinora solo dei capi d’imputazione, grottescamente ingranditi.

In una lunga intervista ci ha illustrato tutti gli elementi che ritiene utili da un lato a difendersi dalle dure parole del suo grande accusatore, Sergio Tiberti, dall’altro a mostrarne l’infondatezza. Uno sfogo, in qualche modo.

Professore, partiamo dalle accuse di Tiberti, che le è stato amico trentennale prima ancora che collega

Ci conosciamo da quasi quarant’anni, e la nostra può davvero definirsi un’amicizia di lungo corso. Mi ha addolorato leggere, negli atti giudiziari, che per lui questa lunga amicizia era “coatta”, oltre che interessata: mi frequentava cioè solo per il prestigio che la mia persona rappresentava per lui, lo faceva solo per il mio presunto potere accademico. Abbiamo anche fatto dei viaggi insieme, accompagnati dalle nostre rispettive famiglie: con sorpresa ho letto che lui in Egitto, ad esempio, ci è venuto perché “costretto” da me. Fossero queste le costrizioni a cui dobbiamo essere sottoposti… Questa amicizia si è incrinata gradualmente: lui è un imprenditore sanitario, oltre che docente universitario, mentre io sono stato sempre e solo stato un docente universitario, anche se ho collaborato all’interno della sua società SMA, dando lustro scientifico alle sue attività.

Quando, esattamente, questa amicizia ha iniziato a vacillare?

La ragione di fondo credo risieda in uno stato di frustrazione accademica: mentre i miei studi e la mia carriera mi hanno portato ad essere un epidemiologo di riconosciuta valenza, la fama di Tiberti è decisamente più modesta. Inoltre, le difficoltà economiche in cui versano da anni le università pubbliche, e la conseguente impossibilità, a suo tempo, di reperire fondi per il suo ordinariato lo portarono a farsi finanziare la cattedra dall’ENEL, con cui la sua società SMA collabora da sempre.

In che senso “finanziare”?

Nell’Università italiana le cattedre possono essere messe a concorso anche grazie a finanziamenti esterni, attraverso la garanzia del pagamento di un normale stipendio di ordinario per un lustro. Nelle facoltà mediche spesso sono le case farmaceutiche a finanziare in questo modo le cattedre. Nel caso di Tiberti, del tutto legittimamente, è stata l’ENEL a contribuire in tal senso.

Altri elementi?

Un mio amico sindacalista mi informò di aver visto in una rassegna stampa del CNEL la notizia di studi epidemiologici, a mia firma oltre che di Tiberti, che riguardavano i dati dei luoghi dove era collocata la centrale a carbone di Civitavecchia, dati sbilanciati a favore delle centrali. La notizia mi allarmò subito, dal momento che si trattava di un argomento molto delicato ed io mi sono sempre dichiarato contrario alle centrali a carbone, denunciandone i rischi per la salute. Ne chiesi conto a Tiberti, che riconobbe di aver indicato me come coautore del suo studio come un dovuto riconoscimento al mio ruolo di “caposcuola”. Tuttavia io non ne ero stato mai informato e, cosa ancora più grave, vedevo utilizzato il mio nome e la mia credibilità scientifica per avvalorare una tesi – quella della sicurezza per la salute delle centrali al carbone – che scientificamente non ho mai condiviso.

Tiberti sostiene che la rottura della nostra amicizia nasce dalle mie richieste di danaro: in realtà la rottura inizia proprio qui, quando io scopro l’esistenza di queste pubblicazioni a danno della mia credibilità di ricercatore. Lì si è scatenato il suo astio: credo inoltre che questo sia stato solo un casus belli, l’ingranarsi di un meccanismo che lui aveva attentamente pianificato.

Sta dicendo che in qualche modo ci sia stata una strategia pianificata, dietro a queste aperte dichiarazioni di guerra?

E’ logico che il mio oppormi, il mio non poter in alcun modo avallare degli argomenti tesi a dimostrare che le centrali a carbone non sono nocive per la salute pubblica, gli creassero non pochi problemi lavorativi. Nonostante lui abbia rinnegato la nostra amicizia con i sui comportamenti e con le sue parole, io faccio sinceramente fatica a credere che tutto questo sia stato innescato da un uomo che godeva del mio affetto. Ho sofferto le sue accuse come un tradimento: da buon abruzzese sono molto selettivo nei miei rapporti affettivi e lui era tra i pochi che io frequentassi con costanza e con immutato piacere.

La cosa complessa della vicenda è che lui di questa faccenda della pubblicazione “taroccata” non parla mai, anzi smentisce, e butta tutto su un fatto di rivendicazioni di carattere personale, su miei comportamenti scorretti, sulla richiesta di danaro, di abiti, di automobili …

Ecco, la stampa, specie abruzzese, si è molto concentrata su questi aspetti: Tiberti sostiene che ingenti parti di queste estorsioni le sarebbero state versate sotto forma di abiti di sartoria, addirittura con l’acquisto di un’automobile…

L’automobile fu un dono che Tiberti fece a mia figlia, nel quadro generale dell’amicizia che ci legava. Quanto agli abiti, Tiberti faceva fatturare i vestiti alla sua società da una sartoria di Umbertide, in Umbria, e facendoli passare come divise per gli autisti li pagava pochissimo, e mi ha offerto di farmene avere un po’ a questo prezzo molto vantaggioso, che io poi gli rimborsavo in contanti.

E dunque non erano né doni né dazioni estorsive?

Io ho sempre distinto quelli che erano dei doni veri e propri, come l’auto per mia figlia, che non ho mai smentito, e quelli che invece erano dei compensi per le mie consulenze o, come nel caso degli abiti, delle occasioni che lui mi offriva. D’altra parte Tiberti, che è uomo molto facoltoso, ha sempre cercato di far apparire il mio status come quello di un travet, o poco più. Il che non è del tutto errato, visto che un professore universitario non guadagna certo cifre astronomiche.

A proposito di cifre: lei è stato senatore della Repubblica, docente ordinario, Rettore di un’Università… Tiberti sostiene di averle versato 200.000 euro in dieci anni, cioè 20.000 euro all’anno di media, il che, francamente, appare ben misera corruzione, tanto più che Tiberti è un imprenditore di successo… Lei a quell’epoca quanto guadagnava?

Lo stipendio di professore era di sei milioni di lire al mese, e quello di parlamentare di circa nove milioni di lire. Non mi lamento, certo, ma nemmeno mi sono spaventosamente arricchito. Se avessi voluto estorcere veramente qualcosa a Tiberti, avrei potuto chiedere molto di più! Nelle facoltà mediche gli interessi sono enormi: io sono stato trent’anni in questa facoltà, come direttore di dipartimento, preside della facoltà di medicina, e nessun docente ha mai sollevato, nemmeno un attimo, nemmeno un’ombra sulla mia onestà. Ero circondato da almeno altre venti persone dello stesso status economico e sociale di Tiberti: perché avrei dovuto estorcere a lui solo? Io ho sempre goduto di ampie approvazioni, in consessi altamente democratici dove si dovevano esprimere pareri su di me e sul mio lavoro, e ho sempre riscontrato favore, sino al rettorato che è una carica elettiva. E non c’è terrore che tenga.

Quando uscì questa pubblicazione nella quale compariva indebitamente il mio nome, io mi accorsi oltretutto che intere parti erano copiate da uno studio di un mio allievo di quasi vent’anni prima, e dunque nemmeno più tanto attuale. Allora io chiesi un parere all’avvocato distrettuale Lopardi, consulente dell’amministrazione pubblica che confermò il plagio e mi consigliò di allontanarlo dall’Università.

E che effetti ha avuto questo parere dell’avvocato Lopardi sui suoi rapporti con Tiberti?

A quel punto i miei rapporti con lui si erano già guastati, eppure c’è un aspetto paradossale in tutta questa triste vicenda: Tiberti ha sempre sostenuto che uno dei motivi per cui io gli chiedevo dei soldi era il timore che io potessi ostacolare la sua conferma a docente ordinario, dopo i tre anni “di prova”. Io ho sempre dato pareri favorevoli alla conferma di miei colleghi all’ordinariato, valutando sia l’attività scientifica sia quella didattica, e non facendo mai mancare questo riconoscimento. Tiberti invece ha costruito castelli in aria, arrivando a dire che io e l’allora Preside avremmo fatto mancare il numero legale al momento di prendere la decisione, come atto di ritorsione nei suoi confronti. Invece è semplicemente accaduto che io, nonostante i fattacci del libro plagiato, e nonostante il fatto che nel 2009, senza che io ne sapessi niente, lui mi avesse già denunciato per queste presunte estorsioni, io ho approvato la sua conferma a docente ordinario, come risulta dai verbali. Nessuna ritorsione o vendetta da parte mia, figuriamoci!

Mi pare che sia una vicenda molto universitaria. Perché in effetti lei è stato dipinto come una sorta di tiranno all’interno dell’Università: lei si sente davvero un barone?

La mia vita accademica è agli antipodi di quella di un barone universitario, che nell’immaginario collettivo è un losco figuro che agisce sempre a scapito dei più deboli. Ma io sono forse il docente, il preside, il rettore che ha fatto più crescere i giovani nel nostro Ateneo. E i giovani, i ricercatori, mi hanno sempre apprezzato e appoggiato moltissimo. Ho anzi avuto forse più problemi con gli ordinari, con gli altri baroni insomma. Sono stato poi sindacalista, parlamentare della sinistra… non ho l’esatto profilo di un barone, diciamo. C’è questa vulgata che il Rettore sia un uomo dotato di enormi poteri, mentre in Italia il sistema universitario è particolarmente democratico, e tutte le decisioni passano dagli organi accademici.

Ma Tiberti sostiene invece che lei usasse il suo potere di Rettore per privarlo di incarichi a lui affidati.

La parte comica dell’accusa di ritorsioni è questa: io avrei disattivato un centro di ricerca guidato da Tiberti. Centro, peraltro, che io stesso avevo istituito. Il Centro è stato invece chiuso dal Senato accademico e dal Consiglio di Amministrazione, nel quadro di una più vasta operazione di risparmio e di tagli determinati dalla crisi e dal terremoto, che ha coinvolto anche altri Centri, non solo quello diretto dal Tiberti. Mi accusa inoltre di avergli tolto l’insegnamento alla scuola di specializzazione di medicina del lavoro: in verità fu la preside di facoltà a rimuoverlo, e il motivo è molto semplice: uno dei due allievi di quella scuola era… sua figlia. Secondo Tiberti queste sarebbero ritorsioni da me operate perché insoddisfatto dalle sue dazioni economiche.

Legata al terremoto c’è anche la vicenda “Ex Optimes”, che la vede imputato in un processo parallelo a quello intorno alle accuse di Tiberti, in cui le si contesta di aver avallato dei contratti d’affitto “gonfiati”.

Anche questo processo deriva da una denuncia di Tiberti. Vale forse la pena di ricordare che il mattino del 6 aprile 2009 l’Università da me retta non aveva una sola struttura agibile. Chiunque altro, al mio posto, avrebbe dichiarata conclusa per sempre, o almeno per un lungo periodo, la storia universitaria dell’Aquila. Io invece, combattendo contro resistenze di ogni tipo, dal Ministro dell’Istruzione di allora, ai soloni della Protezione Civile agli amministratori locali, ho lottato per riprendere le attività didattiche nel più breve tempo possibile. In un contesto capillarmente disastrato com’era l’Aquila allora e com’è, in parte, oggi, pochissime erano le strutture in grado di accogliere oltre venticinquemila studenti. Io mi sarei aspettato non dico una statua equestre, ma almeno un minimo di riconoscenza per aver riaperto, anche grazie alla decisione del Governo di eliminare le tasse universitarie, l’anno accademico 2009-2010 con un numero di iscritti solo leggermente inferiore a quello dell’anno precedente. E invece mi trovo implicato in una vicenda giudiziaria nella quale ho avuto un ruolo estremamente marginale, non essendo il Rettore a prendere queste decisioni amministrative, ma limitandosi a firmare atti istruiti da altri. Nessun Rettore degli ultimi cinquecento anni ha visto distrutta la sua Università dal giorno alla notte. Dopo il terremoto tutti cercavano di prendersi le attività universitarie aquilane: Pescara, Chieti, Roma… Ma io ho resistito in ogni modo per non privare il capoluogo d’Abruzzo del suo valore più importante: la sua Università. Sono orgogliosissimo d’averlo fatto. E invece mi mettono sotto accusa.

Quali sono state le reazioni del mondo accademico e politico quando il suo secondo mandato da Rettore è stato travolto da tutte queste vicende giudiziarie?

Il nostro è un mondo litigioso. Ma io sono rimasto al mio posto e ho continuato ad agire con determinazione e onestà. Le prime mail che Tiberti mi mandava le firmava come “l’Antieroe”, quasi fossi io un eroe da abbattere dal suo piedistallo: ecco, io non volevo né fare l’eroe né essere buttato giù da un “giustiziere”, volevo solo compiere il mio dovere, e l’ho fatto fino alla fine, fino ad ottobre del 2013. In generale ho avuto centinaia di manifestazioni di stima e d’affetto da parte dei miei colleghi, riscontrando ampia solidarietà. E molti parleranno anche a mio favore durante le udienze che mi aspettano.

Cosa si aspetta dalle prossime udienze?

Giustizia. Sembra impossibile da credere, ma io non ho cambiato idea sulla magistratura di questo Paese, nonostante le azioni giudiziarie promosse contro di me negli ultimi quattro anni dopo una vita di impegno pubblico immacolata. Si tratta solo di castelli in aria costruiti sull’odio e l’invidia: ho agito sempre con onestà e questi processi lo dimostreranno.

Marzio Maria Cimini

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